Tra l'asfalto e il tatami: quando la nostalgia è un allenamento invisibile

C'è un momento, durante le lunghe pedalate estive in sella a "Darkstar", in cui la mente smette di concentrarsi sulla strada e inizia a viaggiare su percorsi ben più familiari. Il respiro si fa profondo, costante, ritmato dalla cadenza della catena. Ed è proprio in quel silenzio, interrotto solo dal fruscio dei copertoni sull'asfalto dei Colli, che il ricordo si fa vivido.
Sento, nitido, il profumo del cotone appena lavato del gi e l'odore inconfondibile dell'aria della palestra, quella che sa di impegno, di fatica condivisa e di rispetto.
In questo periodo, gli impegni lavorativi mi tengono lontano dal tatami. Niente tachi-waza, niente ne-waza, niente contatto. Solo la teoria che si studia sui "vecchi libri" e il ripasso mentale delle tecniche. Eppure, il Judo non è mai veramente lontano.
Il parallelo invisibile
Praticare Judo significa imparare a gestire l'equilibrio proprio e altrui. Salire in sella alla bicicletta e macinare chilometri diventa, in questa fase, una sorta di "active recovery" per l'anima del judoka. Mentre le gambe spingono, la mente analizza: dove ho sbagliato quell'entrata? Come avrei potuto migliorare quel controllo?
La bellezza della disciplina che studiamo risiede proprio qui: nel fatto che il Judo non si ferma alla soglia della palestra. È una forma mentis. Anche senza un avversario di fronte, il combattimento continua nella riflessione, nella lettura dei classici, nella ricerca di quel dettaglio tecnico che ancora sfugge, come lo Yama Arashi che continua ad affascinarmi nella sua complessità storica.
La pazienza del praticante
Il Judo ci insegna la pazienza. Ci insegna che ogni caduta è propedeutica alla rialzata, che ogni fase di stasi è necessaria per accumulare l'energia per la successiva proiezione. Questo stop estivo non è un abbandono, ma un momento di "incubazione".
Il contatto fisico manca, è innegabile. Manca la sensazione della presa, il peso dell'altro, lo scambio energetico che avviene solo sul tatami. Ma questa attesa trasforma il desiderio in dedizione. Quando tornerò a stringere la cintura, non sarò lo stesso di prima; avrò fatto tesoro di questi chilometri, di queste letture e di questa profonda, consapevole nostalgia.
